Testo
Di Giacomo Leopardi, forse hai studiato la poesia,
ma lui aveva la stessa tua ansia, rabbia e nostalgia.
Giacomo era un ragazzo di un piccolo paesino,
Recanati, un borgo isolato, ma abbastanza carino.
La sua famiglia nobile, ma l'aria un po' gelata,
la madre sempre austera, la gioia soffocata.
Suo padre un colto intellettuale
gli aprì la biblioteca, lo incoraggiò a studiare,
perché come un trofeo agli amici lo voleva mostrare.
Giacomo passò 7 anni chiuso nella sua stanza,
in uno studio matto e disperato, la sua unica speranza.
Non più perché il padre voleva accontentare,
ma perché come i grandi del passato lui voleva diventare
e la libertà fuori da quella stanza conquistare.
A 15 anni parla ebraico, conosce i classici, è un talento,
ma la schiena è piegata e la vista gli va a stento.
A 19 anni inizia "Lo Zibaldone", il suo diario privato
che al pubblico non era destinato.
Sono le demo grezze, il bit di ogni emozione,
che poi ne "I Canti" diventeranno perfezione.
Qui c'è il suo pessimismo storico, la sua prima visione:
un passato idealizzato e il presente regressione.
Gli antichi erano felici, la loro era un'altra avventura,
perché vivevano seguendo solo madre natura.
Il progresso, con il dominio della ragione,
ha smascherato quella splendida illusione.
Così a 21 anni, sul Monte Tabor, il suo posto segreto,
nasce "L'infinito", oltre un limite concreto.
Da quell’ermo colle si tuffa nel pensiero, si lascia trasportare,
e dice "il naufragar m'è dolce in questo mare".
A 24 anni va via, destinazione Roma,
ma trova un'amarezza che non vince e non si doma.
Capisce che il problema non è la sua prigione,
ma è la Natura stessa, senza compassione.
È il pessimismo cosmico, la sua nuova realtà,
il male non è un caso, ma una necessità.
Così torna a casa e scrive le "Operette Morali", la sua prosa più brutale,
dialoghi taglienti sul destino universale.
Un uomo chiede alla Natura almeno un po' di cura,
e lei risponde fredda: "Ignoro la sventura".
È una "matrigna" cieca, un sistema indifferente,
che crea per distruggere, e non gli importa di niente.
A 30 anni scrive "A Silvia", un ricordo che fa male al cuore,
un'amica svanita nel suo primo fiore.
È il trailer di un futuro che sembrava speciale,
ma il film della vita non ce lo ha voluto mostrare.
Ne "La quiete dopo la tempesta" poi smaschera la gioia, che è un inganno,
non è felicità, è la fine di un affanno.
È solo quel sollievo quando il male se ne va,
un attimo di pace, non la felicità.
Ma non pensare a lui come a un'anima sconfitta,
ma come a chi ha cercato una risposta mai scritta.
Chi non si accontenta di una facile bugia,
scava dentro al buio finché trova una scia.
E lui l'ha trovata, la sua stella polare,
nell'unico gesto che ci può davvero salvare.
Alla fine del viaggio, sotto il Vesuvio, a Napoli,
scrive "La ginestra", senza più ostacoli.
È un fiore che non trema, che non cerca pietà,
ma vive sulla cenere con fiera dignità.
Leopardi dice: Siamo solo fili d'erba di fronte al fato avverso,
ma uniti siamo un campo in questo universo.
Smettiamola con l'odio, smettiamola con la guerra,
e creiamo una catena su questa fragile terra.
Così Giacomo, il ragazzo che sognava di scappare,
ci ha insegnato a restare e a saperci aiutare.
Dal buio della sua stanza, la sua voce ancora tuona,
un'eco che nel tempo non ci abbandona.