Testo
Sicilia, 1800, polvere e calore,
Giovanni Verga scrive un destino senza amore.
Gesualdo Motta, senti il nome che spacca,
dalla polvere al trono, la sua vita è una tacca.
Era "Mastro", un operaio che sudava il pane,
diventa "Don", tra terre e ricchezze sovrane.
Gesualdo non dorme, lui vive per il "grind",
accumula la "Roba", ha il successo nel mind.
Lavora sotto il sole, non sente la fatica,
mentre la nobiltà pigra lo guarda come un'ortica.
Lui compra tutto, terre, case e palazzi,
mentre gli altri lo invidiano e sembrano pazzi.
È il primo "self-made man" della terra del sole,
che costruisce l'impero senza troppe parole.
Ma il sangue non si compra col denaro e l'onore,
Gesualdo cerca il salto, cerca il grande splendore.
Sposa Bianca Trao, nobile ma senza un soldo,
un matrimonio freddo, un accordo un po' stolto.
Lei lo guarda dall'alto, lui resta uno straniero,
in un palazzo di marmo che sembra un cimitero.
Per i nobili è un cafone, per i poveri un traditore,
Gesualdo è solo, nel suo finto valore.
La figlia Isabella non lo vuole abbracciare,
si vergogna di quel padre che ha saputo solo accumulare.
Lui le dà tutto, gioielli, lusso e istruzione,
ma riceve in cambio solo fredda delusione.
Oggi corriamo tutti per un like o un tesoro,
ma Gesualdo ci insegna che non è tutto oro.
Puoi avere il mondo, ma se perdi la gente,
alla fine dei conti non ti resta più niente.
La sua ambizione è un fuoco che brucia la vita,
una corsa infinita con la meta smarrita.
Ma onore alla sua forza, a quel braccio d'acciaio,
che ha sfidato il destino, uscendo dal buio del vivaio.
Muore solo a Palermo, in una stanza isolata,
mentre i servi ridono della sua vita passata.
La "Roba" scompare, divisa e mangiata,
da chi non ha mai capito quanto è stata sudata.
Resta l'uomo, il Mastro che voleva essere Don,
un gigante abbattuto, come un vecchio campione.
Non dimenticare chi sei nel viaggio verso il sole,
l'ambizione è un'arma, ma servono le parole.
Gesualdo è un monito, un amico che ha sbagliato,
ma che col suo lavoro il mondo ha cambiato.